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Valentina Alaria

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UNA DONNA AD INGEGNERIA

D: Come mai una donna ad ingegneria?
R: E' stata una scelta lunga e difficile, sono stata indecisa fino all'ultimo secondo ... cercavo una facoltà che mi desse la possibilità di applicare le scienze della matematica e della fisica che avevo amato così tanto durante le superiori a qualcosa di reale, pratico, concreto e che mi permettesse di mantenermi fino alla fine mese ;) Questo insieme al fatto che il papà è ingegnere e sono cresciuta in mezzo a racconti entusiasti di satelliti, ponti radio, reti cellulari e camere anecoiche e si fa presto a scoprire il perché di questa scelta insolita. Non me ne sono mai pentita però, nonostante l'ambiente del Poli non sia ne' particolarmente vivace o almeno a prima vista eterogeneo, ne' particolarmente "women friendly", ma ho saputo trovare il mio spazio, costruire le mie relazioni personali e trovare la mia strada dando all'ingegneria dei risvolti umani e sociali di cui dopo ore e ore dietro a un computer è facile dimenticare l'esistenza.

D: Come mai telematica?
R: La capacità di comunicare in maniera complessa distingue l'uomo da qualsiasi essere vivente sulla terra, attraverso la comunicazione apprendiamo, ci formiamo, ci relazioniamo con i nostri simili ... pensare di potere contribuire al progetto e alla costruzione di strumenti che diano agli uomini la possibilita di comunicare, in tutti i mezzi, in tutte le forme, a distanza di migliaia di chilometri mi è sembrato di enorme interesse.

D: Perché hai scelto la Silicon Valley e Cisco?
R: Scelto? Io non ho scelto proprio nulla :) Qualche mese prima di finire la mia tesi sono capitata nell'ufficio del mio relatore e così un po' per ridere gli ho chiesto se dopo essermi laureata sarebbe riuscito a mettermi in contatto con qualcuno in giro per il mondo per fare qualche mese lontano da casa, magari all'interno del programma di dottorato che stavo seriamente considerando come percorso futuro. E lui altrettanto per caso mi ha parlato di una remota possibilità di fare un'internship in Cisco. Avevo ovviamente sentito nominare Cisco, ma non avevo particolarmente idea di dove fosse San Jose sulla cartina ne' di cosa sarei andata a fare li. Insomma curriculum inviato, intervista "intercontinentale" e poi Cisco ha scelto me, più che io scegliere lei. E questa scelta dura oramai da tre anni.

D: Che cosa ti offre Cisco che non potresti avere in Italia?
R: Cisco mi offre la possibilità di svolgere ricerca giorno dopo giorno, applicata allo sviluppo dei prodotti di punta. Un lavoro estremamente interessante e stimolante, in un'azienda che sta facendo grandi sforzi per mantenersi sempre fortemente competitiva ed innovativa, ampliando i suoi campi di interesse e di azione, dando ad ogni dipendente la possibilità di continuare la propria formazione e favorendo la mobilità.

D: Quanto preparata ti sei sentito rispetto ai coetanei americani o di altri paesi?
R: C'è una fondamentale differenza di preparazione fra il neo-laureato italiano e quello americano che deriva dall'impronta profondamente differente data alle due educazioni, l'una a carattere prettamente teorico, la seconda a carattere prettamente pratico (anche se il nuovo ordinamento italiano cerca in qualche modo di integrare molta più esperienza pratica nel percorso scolastico). L'impatto iniziale per un neolaureato italiano è durissimo, ma la nostra solida preparazione ci permette di superarlo facilmente e di colmare il gap. Il neolaureato americano è inizalmente facilitato, ma sul lungo termine può rimanere distanziato.

D: Che cosa pensi ti abbia dato il Politecnico di Torino che ti permette di competere nel cuore dell’high tech del mondo?
R: Credo che il Politecnico in particolare, ma molto più in generale la nostra cultura, il nostro essere italiani ed europei ci abbia dato la capacita di essere polivalenti, di sapercela cavare a 360 gradi, di saperci muovere fra i dettagli tecnici con grande competenza, ma senza mai perdere d'occhio il disegno ad alto livello.

D: E domani?
R: Tornerei in Italia. Oggi. Domani. Ma con molte condizioni: dopo avere visto quello che è l'ambiente lavorativo americano pretenderei un ambiente altrettanto dinamico ed equo, altrettanta responsabilita nel prendere decisioni e libertà nel mio campo di azioni, e altrettanto rispetto pur essendo l'ultima arrivata (oramai neanche così ultima, gli anni volano qui). Pretenderei di fare cose altrettanto interessanti e altrettanto innovative, cutting edge technologies. Pretenderei di poter vivere una vita decorosa e di non dover chiedere aiuto a mamma e papà per arrivare alla fine del mese. Pretenderei di vivere in una città dinamica, con persone provenienti da mille paesi differenti come è San Francisco. Tutto questo credo renda abbastanza difficile il ritorno, per lo meno in Italia. Magari in Europa più facilmente. O semplicemente un giorno deciderò di "mettere la testa a posto" diventare una mamma e nel tempo libero inseguire qualcuno dei mie sogni nel cassetto, e quelli si possono realizzare anche più vicini a casa.

[S. Jose, California, primavera 2007]