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Alessandro Tarello

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Un ingegnere telematico all'ombra del Gherkin

D: All'ombra di che? 
R: Il Gherkin è l'edificio simbolo della City, il quartiere finanziario di Londra. Ufficialmente si chiama Swiss Re Tower (conosce questo nome solo chi ha letto una Lonely Planet), prendendo il nome dalla compagnia di ri-assicurazioni che lo possiede, ma qui tutti lo chiamano Gherkin, per via della sua forma. L'ha costruito Norman Foster, è costato un capitale e sulla sua sommità, come su quella di tutti gli edifici più alti da queste parti, c'è un esclusivo bar, il principale passatempo dei "city boy".

D: Dove lavori esattamente? 
R: In una società di Asset Management, in particolare mi occupo di strategie ed analisi del rischio in due dei loro Hedge Fund, uno focalizzato sui Paesi emergenti e l'altro su investimenti con un rating (la valutazione emessa dalle agenzie come Standard&Poors sulla solidità finanziaria) di fascia bassa. Sono fondi di investimento il cui obiettivo è quello di generare "alpha", come si dice in gergo la massimizzazione del rendimento al di sopra del tasso di interesse base, quello fissato dalle banche centrali: questo implica l'assunzione di alti livelli di rischio ed il massiccio uso di strumenti finanziari complessi, che da un lato richiedono tecniche di investimento più sofisticate, e dall'altro un attento monitoraggio del rischio e la capacità di rispondere prontamente, mantenendo i nervi sempre saldi, ad ogni segnale proveniente dal mercato, modificando il portafoglio giorno dopo giorno.

D: Cosa c'entra questo lavoro con l'ingegneria telematica? 
R: Apparentemente nulla, eppure il numero di persone con alle spalle un corso di studi in campo scientifico o tecnologico, in particolare un dottorato, che trova un impiego come questo è crescente e, nei Paesi anglosassoni, è considerato un fenomeno assolutamente normale. Un corso di ingegneria ti conferisce dimestichezza con tecniche analitiche complesse, un approccio verso i problemi rigoroso e scientifico, senso critico, realismo e capacità di lavorare duramente, la base per lavorare in finanza. Sono sempre di più le istituzioni finanziarie che ritengono di poter ottimizzare il loro lavoro dando alla finanza un taglio il più scientifico possibile, in termini di tecniche quantitative utilizzate e di approccio; per soddisfare questa domanda i corsi di natura scientifica e tecnologica offrono profili molto più preparati di quelli dal taglio piu` economico.

D: Quindi ingegneria va molto bene ed è la scelta di telematica in particolare ad essere secondaria? 
R: Al contrario, secondo me telematica si adatta più di altri corsi di ingegneria a questo salto. Anzitutto le reti trovano un'applicazione diretta in tutto ciò che nel mondo finanziario riguarda il trasferimento a distanza di informazioni nel minor tempo possibile, senza errori ed in totale sicurezza e segretezza, se uno proprio vuole andare a lavorare in finanza continuando a fare il retista. Poi non si deve dimenticare che nel campo della finanza quantitativa la dimestichezza con le tecnologie informatiche, la programmazione e gli algoritmi è fondamentale. Se vuoi modellare un portafoglio, e lanciare una simulazione, non puoi aspettare che l'esperto di IT della compagnia ti implementi il simulatore che sta nella tua testa al calcolatore. Anche questo aspetto da un corso di ingegneria telematica è coperto. Infine, con ingegneria telematica si imparano anche cose molto diverse che in Finanza sono altrettanto fondamentali, il calcolo delle probabilita` ed i processi stocastici, la statistica, i modelli matematici, l'ottimizzazione, il calcolo numerico. Mi sono trovato di fronte ad una gamma ampia e trasversale di conoscenze che, onestamente, non molti altri corsi di laurea, nel campo stesso dell'ingegneria, possono offrire. Ma questo non dovrebbe sorprendere.

D: In che senso? 
R: Una rete di telecomunicazioni è il risultato di tantissime discipline combinate insieme, dall'ingegneria elettronica che costruisce gli apparati all'informatica che progetta le applicazioni software, su fino ai contenuti di cui come utenti, e magari autori, facciamo uso tutti i giorni. Tutte queste cose nascono separatamente e poi vanno messe insieme. L'ingegnere telematico deve avere una conoscenza trasversale di tutte queste cose, perché il suo lavoro principale è saper far funzionare l'insieme. Ideare algoritmi e protocolli per trasportare l'informazione sulla rete, studiare l'informazione stessa, e le esigenze degli utenti, per trasportarla meglio, lavorare fianco a fianco di chi progetta apparati ed applicazioni, da un lato per sapere come questi funzionano, dall'altro per influenzarne lo sviluppo, sono solo alcuni aspetti del lavoro di chi deve far funzionare questo "insieme". In fondo il concetto di rete è proprio questo, non è solo il mezzo fisico con cui si trasporta l'informazione e la si condivide con persone all'altro capo del mondo, è anche il punto di incontro in cui i vari concetti si fondono tra di loro e con il veicolo che li trasporta, uscendone tutti un po' diversi ed interconnessi. Ci vuole chi sappia maneggiare quest'amalgama.

D: Mi sembra uno spot di cui il Gruppo Reti possa definirsi soddisfatto. 
R: Ma se non abbiamo ancora parlato dell'impatto che le reti hanno avuto sul mondo, e di quanto sono simpatici ed in gamba tutti i professori del Gruppo Reti del Politecnico.

D: Prego. 
R: Le reti di telecomunicazioni sono state uno degli sviluppi tecnologici più dirompenti degli ultimi cinquanta anni, con risvolti politici ed economici. Il fenomeno della globalizzazione, che indubbiamente ha cambiato volto al mondo, quale che sia l'opinione che uno ne ha, è un risultato del potere delle reti di abbattere distanze geografiche e fusi orari. E il termine "new economy" è stato coniato perché il modo di gestire le aziende e fare business nell'era di Internet ha un po' scompaginato i capisaldi della vecchia economia. Ogni tanto i fondamentali economici tornano beneficamente a farsi sentire, ma le reti sono una rivoluzione da cui non si torna indietro, e servirà sempre qualcuno a lavorarci su.

D: Ok, ma manca la parte legata ai professori. 
R: Ho già dato fondo a tutta la mia piaggeria, ma il fatto stesso che si siano imbarcati in questo sito, e l'impostazione che ne hanno dato, dovrebbero parlare da sé. Mi pare emerga che non sono una banda di mummie bavose come ancora troppo spesso capita di trovare nelle nostre università.

D: Questa la taglieranno. 
R: Dopo la laurea sono stato quattro anni con loro per il dottorato, li ho abituati a ben di peggio. Quando andavo in giro per conferenze sul territorio nazionale (perché all'estero non ci si deve mai far riconoscere) tutti mi dicevano:<< ah, quindi tu sei del Gruppo di Torino!>>, ed io in tutta risposta facevo sistematicamente finta di non aver mai sentito parlare del gruppo di ricerca da cui il mio interlocutore proveniva. Il mio amico e collega di dottorato Luca ricorderà certamente un caso, almeno. Io ricordo bene la sua faccia, ci ridiamo ancora.

D: No comment. Piuttosto, hai fatto il dottorato. 
R: Sì, lo studio delle reti di telecomunicazioni mi ha appassionato ed ho deciso di approfondirlo, ed il Gruppo Reti è un ambiente di lavoro ideale per questo. Dal punto di vista professionale sono un gruppo di ricerca che pubblica sulle più importanti riviste internazionali di settore, il che fornisce un'indicazione chiara sulla qualità del lavoro che svolgono. Poi, grazie alla loro propensione ad aprire canali internazionali, e alla loro capacità di farlo, si ha la possibilità di venire a contatto con i ricercatori più quotati al mondo, in una conferenza o in un periodo di ricerca all'estero, in un'azienda o un'università di primo piano.

D: Tu dove sei stato? 
R: Al MIT un anno e mezzo; e gli altri miei colleghi di dottorato sono andati a Stanford, a Berkeley, o in aziende del calibro di Cisco, Sprintlabs, IBM, Intel e France Telecom. Finito il dottorato abbiamo tutti cercato e trovato lavoro all'estero, valorizzando il nostro titolo di studi da un lato e la nostra esperienza internazionale dall'altro: mi pare un bel risultato nel suo insieme. Poi quelli del Gruppo sono persone serie che non si prendono troppo sul serio, un ambiente molto piacevole per lavorare dove si possono stringere buone amicizie. Rifarei tutto, anche (e soprattutto) le cazzate che ho combinato.

D: Insomma, nessuna critica? Non sei credibile. 
R: Per fare il dottorato, e magari muovere i primi passi di una carriera accademica oggi, più che la passione serve una vera e propria vocazione al martirio. Si viene pagati una miseria, si è la rappresentazione vivente del precariato e si è vessati da una burocrazia ottusa ed inefficiente. Non è un pensiero mio, ma che viene direttamente dal Grande Capo del Gruppo Reti (io l'ho solo arricchito un po'). Nonostante ciò, il dottorato lo abbiamo fatto perché ci è stato consentito di fare ciò che più ci piaceva e siamo stati messi nelle condizioni di farlo bene. Nessuna delle persone che hanno fatto il dottorato con me si è pentita, mi risulta. Anzi.

D: Adesso che fai? 
R: Mi rivolgo al lettore, che è arrivato a leggere fino alla fine: perché non la smetti di perdere tempo e vai a fare qualcosa? Tipo iscriverti al corso di ingegneria telematica...

[Londra, Ottobre 2007]